Su questo memoir
Qualche giorno fa ho ritrovato questo memoir scritto da mia madre, Irene Marchese (nata Jagusiak). Lo scrisse più di quarant'anni dopo aver vissuto un anno irripetibile a Firenze, all'indomani della devastante alluvione del 1966. Condivido questo suo memoir come omaggio alla sua memoria.
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Come Cercai di Ottenere il Mio MA e Trovai Anche il Mio MRS*
di Irene Marchese (nata Jagusiak)
Forse non sarei mai venuta in Italia, né mi sarei mai sposata, se non fosse stato per un’amica italo-canadese, Olga. Eravamo diventate amiche durante gli anni dell’università e avevamo continuato a scriverci anche dopo che le nostre strade si erano divise. Così, quando mi scrisse dei suoi progetti di ricerca per il dottorato a Firenze e a Roma e mi suggerì di fare domanda per una borsa di studio del Governo italiano, fui insieme entusiasta e scettica. I miei voti erano stati buoni, ma non eccezionali. Eppure, grazie soprattutto a Olga, che aveva parlato con alcuni professori per ottenere una lettera di raccomandazione e mi aveva inviato tutta la documentazione necessaria, mi ritrovai felicemente destinataria di una borsa di studio completa: viaggio di andata e ritorno, tasse universitarie pagate presso l’università italiana di mia scelta e un generoso assegno mensile. Non vedevo l’ora di raggiungerla in Italia.
Quello sarebbe stato l’anno in cui mi sarei dedicata agli studi con assoluta serietà. Non ci sarebbero state distrazioni sentimentali. Avrei finalmente dimostrato il mio vero valore intellettuale. Ah! Mia madre, che mi conosceva fin troppo bene, vedeva ben oltre questi nobili propositi. Pianse mentre mi salutava all’aeroporto. «Lo so già: ti sposerai e non ti rivedrò mai più.» Mia madre aveva lasciato l’Ucraina nel 1930, senza mai farvi ritorno e senza rivedere la sua famiglia. «Oh, mamma!» esclamai.
Undici mesi dopo, il 1º settembre 1967, Egidio, mio marito italiano, e io tornammo in Canada. Due semplici fedi d’oro uguali unirono i nostri cuori di novelli sposi. «Volevo un souvenir», scherzai.
Il nostro fu un corteggiamento travolgente, vissuto sullo sfondo romantico ma devastato di Firenze durante l'alluvione. Dopo quella fatidica notte del 3 novembre 1966, tutto era nel caos. L'acqua raggiunse i dieci metri in alcune chiese, un albero sradicato impediva il passaggio sul Ponte Vecchio e noi formammo catene umane nelle biblioteche per mettere in salvo i libri preziosissimi ricoperti di melma, il fango del fondo dell'Arno. Non c'erano né elettricità né acqua corrente. Ci illuminavamo con le candele e trasportavamo l'acqua fino alle nostre pensioni da sorgenti e pozzi nelle vicinanze. Due funzionari del Consolato britannico arrivarono alla mia pensione per rassicurare i miei genitori, che erano molto preoccupati per me. Per fortuna non ci furono vittime tra le persone che conoscevamo. I fiorentini, con il loro tipico sangue freddo e la loro ironia, affrontarono la situazione con coraggio e pragmatismo. Si misero immediatamente al lavoro per ripulire la città. Le battute si sprecavano. Eccone una: Dei bei mobili di casa andavano giù per il fiume. Dietro ad essi, su un'asse, remava un signore. «Oh, dove vai con questo tempo, Ettore?», esclamava un suo amico. «Vado a vedere dove starò di casa.»
Così, per alcuni mesi, Egidio e io non avemmo impegni di lavoro. I tribunali rimasero chiusi fino a giugno e le lezioni universitarie sarebbero riprese soltanto a gennaio. Che fare? Affittai un pianoforte e, con mia grande sorpresa e gioia, il mio repertorio di musica classica suscitò finalmente interesse. Io suonavo e gli studenti della mia pensione venivano a studiare nella stessa stanza. Facevano osservazioni intelligenti: conoscevano quei brani. Finalmente avevo qualcuno con cui condividere il mio amore per la musica. Egidio mi portava ai concerti e all'opera. Visitavamo chiese e musei. Rimasi profondamente colpita dalla sua cultura e da quella dei suoi amici. Mi sentivo quasi mortificata dalla modestia della mia formazione canadese, pur avendo seguito il più tradizionale percorso di studi che mi fosse stato offerto. Vissi il consueto trauma di chi si trova a vivere in un Paese straniero con una conoscenza ancora imperfetta della lingua. Sapevo leggere e scrivere, ma comprendevo poco e parlavo con molta difficoltà. Egidio divenne il mio cicisbeo.
Scoprii il modo italiano di vivere il tempo libero. «Perché tutta questa fretta?» mi chiedevano gli studenti italiani quando noi americani camminavamo a passo svelto invece di passeggiare con calma. Scoprii il piacere dell'aperitivo prima di pranzo. «Oh, ciao! Come stai? Prendiamo qualcosa insieme prima della collazione?» Imparai a stringere la mano a tutte e venti le persone del gruppo prima e dopo un incontro. Imparai a usare insomma e le parole del dialetto fiorentino ganzo e biscaro. Imparai anche a non chiedere «Che cosa vuol dire...?» nella mia pensione, perché gli «amici» si mettevano a ridere senza però spiegarmi il significato della parola. Gli italiani mi aprirono un mondo completamente nuovo di sapori: cozze fresche col limone sulla spiaggia, la bistecca alla fiorentina, pasta e fagioli alla villa dove stava Machiavelli in esilio, i biscotti di Prato col vino, una cucina sempre varia e gustosa, alimentata col vino Chianti.
Scoprii un paesaggio completamente nuovo: le montagne maestose e le colline terrazzate, l'incanto degli ulivi verde argenteo e il contrasto con il verde scuro dei cipressi, lo scintillio del Mar Mediterraneo, il lusso di una primavera precoce e tranquilla, il caldo opprimente dell'estate italiana e il suo immancabile rimedio: le vacanze al mare.
Imparai a rilassarmi e a godermi la vita. Smisi di correre freneticamente per concludere qualcosa. Cominciai ad apprezzare la vita per quello che era e per la sua gente. Ero felice. Pensavo che avrei potuto trascorrere qui la mia vita. Avevo trovato una nuova famiglia nei fratelli e nella sorella di Egidio. Pensavo che anche la mia famiglia avrebbe potuto vivere qui. Ma prima volevamo fare un'esperienza in Canada, e qui siamo rimasti fino a oggi.
Ma anche dopo quarant'anni, i ricordi di quello straordinario anno trascorso all'estero rimangono vivi e intensi nella mia mente. Per molti anni, il semplice rumore di una Vespa che passava per strada, il profumo della primavera nell'aria o l'aroma di un espresso in un caffè italiano bastavano a evocare il ricordo di quell'anno incantevole. Questi ricordi, insieme a quelli maturati durante i successivi viaggi di ritorno, hanno nutrito la mia anima. Per anni ho tratto conforto e sostegno da queste esperienze, molte delle quali, col senno di poi, hanno assunto un significato ancora più profondo e sono state comprese più pienamente. L'amore per tutto ciò che è italiano continua ad affascinarmi. Ancora oggi continuo a conoscere sempre meglio l'Italia, le sue tradizioni e la sua gente. La mia esperienza italiana continua a crescere. Naturalmente, avere uno «specimen» vivente – un costante dizionario e una grammatica viventi – ha arricchito enormemente questa esperienza.
I decenni che seguirono il nostro travolgente corteggiamento trascorsero nel modo più consueto: carriera, famiglia, amici, intervallati da occasionali ritorni nella mia patria d'adozione. Al termine del mio primo viaggio, un’amica italiana mi chiese che cosa avesse significato per me il mio soggiorno in Italia. Era una domanda difficile, forse perché ero ancora troppo vicina all'esperienza, troppo immersa nel viverla. Forse, col tempo e guardandomi indietro, mi resi conto che ciò che quell'anno aveva fatto, più di ogni altra cosa, era definire per me chi fossi come non italiana e come canadese di origine polacco-ucraina. Prima della mia esperienza all'estero avevo sempre cercato di inserirmi nel mondo anglo-canadese. Non rinnegavo le mie radici, ma non le ricercavo nemmeno. Eppure, la mia inconsapevole curiosità per ciò che era straniero si era già manifestata nell'interesse che, da adolescente, avevo nutrito per la comunità italo-canadese e nello studio del francese e dell'italiano fin dai tempi del liceo.
Che cosa ha significato, dunque, quell'anno? Fra le tante cose, mi ha insegnato ad apprezzare ciò che, come canadese, avevo sempre dato per scontato, come le innumerevoli opportunità professionali, e a riconoscere il valore dei molteplici doni che un'altra cultura può offrire al Canada. Ho imparato che essere canadese con un'identità culturale composita è di per sé una ricchezza, e sono orgogliosa di contribuire a questo arricchimento del Canada.
*Il titolo riprende un gioco di parole inglese tra «MA» (Master of Arts) e «MRS» («Mrs.», signora sposata), che riflette con ironia il fatto che Irene conseguì il suo master e trovò anche il marito durante il suo soggiorno in Italia.