Quando ho inviato il mio cortometraggio animato Il giardino al Professor Lino Pertile, lui lo ha descritto così:
“delizioso ed elegante: un perfetto connubio naturale-umano-artistico, diciamo un idillio tra storia e natura dove non c’è posto per ‘il male di vivere.’”
Ciò che mi ha colpito non è stata soltanto la generosità del commento, ma anche la tensione letteraria nascosta al suo interno.
Qualche giorno prima di vedere il film, Pertile mi aveva scritto da Firenze in una splendida primavera. Nella sua email menzionava Il mito del paradiso terrestre di Arturo Graf e l’immagine ricorrente dei viaggiatori che, alla ricerca dell’Eden, giungono a un muro. Mi ha ricordato poi che questa stessa immagine compare anche in una delle poesie più celebri di Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto.
Mi ha suggerito di leggere la poesia di Montale che, “dalla prima all’ultima stanza, è una perfetta, meravigliosa sceneggiatura per un film d’animazione”.
Mi è sembrata una coincidenza straordinaria, poiché anche il mio film, Il giardino, raffigura un uomo che si ferma davanti a un muro oltre il quale si intravede un giardino – eppure i mondi dischiusi dalle due opere non potrebbero essere più diversi.
Nella poesia di Montale, il paesaggio è aspro e arido: terra screpolata, formiche, serpenti, piante spinose e infine la celebre immagine del muro con i cocci di bottiglia sulla sommità. Il muro appare impenetrabile e il mondo sembra quasi privo di significato. La coscienza conduce a una forma di disillusione esistenziale che esprime il male di vivere.
In Il giardino, invece, c’è sì un uomo che si ferma davanti a un muro – ma c’è anche un cancello. La natura è viva, in movimento: gli uccelli attraversano silenziosamente gli alberi, gli scoiattoli si arrampicano tra le statue e un gatto dorme tranquillo nel sole del pomeriggio. L’atmosfera è contemplativa, quasi edenica.
Ciò che mi ha interessato in seguito non è stato stabilire quale visione fosse “corretta”, ma chiedermi se le visioni più oscure della vita siano intrinsecamente più autentiche di quelle pacifiche.
La visione di Montale è profonda, ma è anche modellata da una particolare disposizione interiore – una sensibilità attenta alla frattura e all’estraneità. Il mio film nasce invece da una diversa forma di attenzione: da uno sguardo rivolto alla quiete, alla gentilezza e al riposo.
Piuttosto che inventare una bellezza inesistente, forse la pace amplia la percezione. Una coscienza ansiosa o ferita può diventare intensamente attenta alla minaccia, al pericolo o alla perdita – rivelando talvolta forme di sofferenza che uno sguardo più tranquillo potrebbe trascurare. Una coscienza pacificata, invece, può accorgersi della bellezza sottile, dei ritmi e delle trame della vita che erano sempre presenti, ma facilmente soffocate.
Forse siamo diventati più abituati a riconoscere la frattura che la pace. Eppure nessuna delle due percezioni esaurisce completamente la realtà. Sia la poesia di Montale sia il mio cortometraggio possono dunque rivelare qualcosa di vero sull’esistenza umana.
L’idea che gli stati interiori plasmino la percezione ricorre continuamente nelle tradizioni letterarie, filosofiche e spirituali. Nella Divina Commedia di Dante, il disordine spirituale è spesso legato a una percezione distorta e a un amore disordinato, mentre il Paradiso è associato a una chiarezza crescente, all’armonia e alla giusta relazione tra le cose. Allo stesso modo, le tradizioni contemplative dai Padri del deserto fino all’umanesimo rinascimentale, collegavano spesso la quiete, l’otium e la pace interiore a modi di guardare che permettono alla realtà di rivelarsi più pienamente. Non perché la sofferenza scompaia, ma perché la percezione si amplia quando l’agitazione non la domina più completamente.
E forse, nella ricerca dell’Eden da parte dei viaggiatori attraverso la storia letteraria, il paradiso terrestre non indicava soltanto un luogo geografico nascosto e irraggiungibile, ma anche uno sguardo ritrovato.
Riflessione scritta in dialogo con il cortometraggio animato Il giardino.
Commenti (3)
Ciò che rende interessante questa riflessione è il modo in cui il dialogo con Pertile (soprattutto il collegamento tra il mito dell’Eden in Graf e la poesia di Montale) apre nuove domande sul rapporto tra pace, percezione e realtà. Più che una semplice risposta critica, il suo intervento sembra diventare una sorta di soglia letteraria attraverso cui il film acquista nuove risonanze culturali e filosofiche.
Montale avrebbe probabilmente diffidato di quel giardino. Il gatto invece, no.
Most experimental film (and at the very least, anything that veers from non-traditional media), tends to lean into the dark or surreal. One reason why this is so commonly done is because it is easier to identify with dark images / themes in art than happy ones. However, this film uses lighter imagery and sound to connect with the viewer and seems to mesmerize one into a tranquil state. I find that it’s quite interesting and even daring how The Garden stands out among other experimental media in maintaining a bright and peaceful energy, and being able to relate to audiences in an authentic way.