Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo
- di Arturo Graf
Uno dei libri più interessanti che abbia mai letto è Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo. Poiché è scritto in italiano e non ne esiste una traduzione in inglese, vorrei condividere alcune riflessioni tratte da questo straordinario libro.
Scritto alla fine del XIX secolo da Arturo Graf, esplora i miti, le leggende e le superstizioni del Medioevo, soffermandosi sull’idea del Paradiso terrestre. Ma invece di concentrarsi sul racconto biblico originario dell’Eden, Graf ripercorre una visione di felicità e innocenza perdute nell’immaginario medievale, attraverso culture diverse.
Il libro si apre con la storia di Adamo ed Eva, nel giardino meraviglioso della Genesi. Questo giardino è ritenuto situato nella parte orientale di una regione chiamata Eden. Ma dov’è l’Eden? Graf mostra come la sua collocazione vari: in Oriente, in Mesopotamia, in India o oltre, separato da noi dall’oceano, nell’emisfero opposto, su un’isola, o forse nemmeno sulla terra. È reale – ma nascosto da qualche parte.
Si pone allora un’altra domanda: com’è l’Eden? Poiché la Scrittura offre così pochi dettagli, è l’immaginazione a intervenire per colmare il racconto. Graf raccoglie leggende che descrivono un luogo di ordine perfetto, bellezza e innocenza, ma anche popolato da giganti, corpi luminosi, esseri strani e vite straordinariamente lunghe. Adamo diventa più che umano, e queste immagini amplificate riflettono ciò che all’umanità manca.
Ma è forse l’ultima domanda la più affascinante: chi può raggiungere questo Paradiso terrestre?
Alcuni vi si avvicinano come santi, attraverso il digiuno, la preghiera, il desiderio e la purezza; altri come avventurieri o conquistatori. Altri ancora sembrano imbattersi quasi per caso, spingendosi troppo lontano nel loro vagare.
E tuttavia è quasi sempre vicino: intravisto, delimitato, custodito o solo parzialmente accessibile. Di continuo i viaggiatori si avvicinano, per poi incontrare un limite: un muro, una porta, una barriera di fuoco, una montagna, un fiume, una nebbia, un drago. Oppure vi entrano per breve tempo e non possono restarvi. Oppure lo vedono soltanto dalla soglia.
Chi può dunque entrare?
Arriva Dante, e non viene respinto. Perché? Perché per Dante il Paradiso terrestre non è un luogo esterno da trovare. Non è perduto oltre il mare, né un’isola nascosta scoperta per caso o vagando. È invece raggiunto attraverso un cammino morale e spirituale – attraverso la purificazione e la trasformazione. L’Eden non è soltanto un luogo meraviglioso da immaginare o da scoprire; è una condizione da ritrovare.
Le ultime righe di Graf sono così toccanti e malinconiche da sembrare la fine di un sogno di civiltà. Per secoli l’umanità ha sognato questo luogo, questo paradiso perduto. Ma quando arriviamo ad Astolfo, e poi a Faust, qualcosa è cambiato. Astolfo è chiamato l’ultimo visitatore del Paradiso terrestre. Dopo di lui viene Faust: ancora curioso, ancora inquieto, ma quando vede la spada fiammeggiante del cherubino, non si ferma – passa oltre.
La porta d’oro e di gemme, sognata da tanti e varcata da così pochi, è ormai, per il mondo moderno, chiusa per sempre.
Il mondo moderno ha smesso di cercare l’Eden, come suggerisce Graf, oppure continuiamo a cercarlo in forme che egli non riconoscerebbe più?
Commenti (3)
It’s interesting how Graf say that in the Middle Ages, Eden could be found in a specific place, but it was inaccessible. I think that in the modern world, perhaps Eden is not localized but is everywhere. And it is no longer inaccessible – it simply appears in forms we do not expect: in nature, in the miracle of life, in friendships.
So maybe what needs to be recovered is not a place, but a way of seeing – a kind of re-enchantment or openness to the wonder and meaning in what might otherwise seem ordinary.
Continuiamo a cercare una vita senza mancanze; una condizione in cui tutto “torna”, in cui si è finalmente in pace. Solo che non la chiamiamo più Eden. In questo senso, il desiderio resta identico – cambia solo il linguaggio.
Forse questa domanda può essere letta anche alla luce dello snobismo cronologico. Se una cultura è convinta che il passato fosse ingenuo, “meno evoluto”, e che il presente sia più lucido, più realistico, allora idee come Eden, paradiso perduto, innocenza originaria vengono percepite come favole superate. Non vengono più prese sul serio, e quindi smettono di essere cercate esplicitamente. In questo senso, sì, lo snobismo cronologico può far sembrare che la ricerca dell’Eden sia finita. Ma non elimina il desiderio di una vita piena, né il senso che qualcosa manca. Si crea così una sorta di scissione: da un lato, “non credo a queste cose”; dall’altro, “eppure continuo a desiderarle”. È qui che nasce una sensazione molto moderna: inquietudine e difficoltà a riconoscere ciò che si cerca.