“La gente pensa che, siccome il pane è fresco, debba essere per forza migliore di quello di ieri. Ma a volte, è proprio il pane di ieri quello che serve per una buona ribollita.”
– Fioravante(La ribollita è una zuppa toscana fatta con pane raffermo e verdure avanzate.)
Perché cadiamo così facilmente sotto il fascino del nuovo? Cosa ci rende tanto inclini a scartare il vecchio come qualcosa di obsoleto, e le idee di ieri come avanzi da buttare? C.S. Lewis chiamava questa inclinazione “snobismo cronologico”. Nel suo Surprised by Joy (1955), la descrive come la tendenza a giudicare noi stessi intellettualmente superiori a tutto ciò che è ormai superato e screditato (Lewis, p. 254).
Prima di scartare un’idea del passato, però, Lewis ci invita a porci una domanda fondamentale: Perché è passata di moda?
“È mai stata confutata (e se sì, da chi, dove e quanto definitivamente), oppure è semplicemente svanita come svaniscono le mode? Se si tratta della seconda ipotesi, ciò non ci dice nulla sulla sua verità o falsità. A partire da questa consapevolezza, si arriva a capire che anche la nostra epoca è un periodo storico, e certamente possiede, come tutti i periodi, le sue illusioni caratteristiche. È più probabile che esse si annidino in quegli assunti diffusi che sono così radicati nell’epoca da non osare essere attaccati né ritenersi necessari da difendere” (Lewis, p. 254).
Quali sono, allora, le nostre convinzioni nascoste che silenziosamente distorcono il nostro sguardo sul mondo? Come possiamo imparare a notarle, a interrogarle? Se iniziassimo a guardare il mondo da angolazioni insolite, ci avvicineremmo forse a una verità più profonda?
Forse la creatività è proprio l’antidoto allo snobismo cronologico: ci invita a osservare di traverso, a osservare attraverso un caleidoscopio, con meraviglia e stupore.
Guardare il Mondo di Sbieco: Alcuni Esperimenti
Un modo per cambiare prospettiva è capovolgere la direzione abituale della causalità, scambiando il soggetto con l’oggetto. Invece di chiederci: “In che modo il Concilio Vaticano II ha influenzato la cultura italiana?”, potremmo domandarci: “In che modo la cultura italiana ha influenzato il Concilio Vaticano II?”.
Un semplice ribaltamento può rivelare ciò che è sempre stato lì, ma che raramente abbiamo notato.
Oppure, potremmo trattare ciò che è raro come se fosse l’ordine naturale, e ciò che è normale come una curiosa eccezione. Per esempio:
- invece di considerare il lavoro da remoto come una forma inferiore rispetto al lavoro d’ufficio, potremmo chiederci se il lavoro da remoto non sia, in realtà, la forma originaria di collaborazione umana (basti pensare agli studiosi medievali che si scambiavano lettere da un capo all’altro d’Europa);
- invece di vedere l’umanesimo e l’arte nella Firenze rinascimentale come un’anomalia straordinaria, potremmo considerarli il modello naturale della creatività umana – e vedere nell’industrializzazione il vero paradosso;
- invece di considerare il successo come lo stato «normale» dell’individuo, potremmo studiare se non sia piuttosto il fallimento la condizione consueta, e il successo solo quell’eccezione brillante che attira la nostra attenzione.
Italo Calvino fu maestro nel mettere in discussione gli assunti impliciti, specialmente nei racconti di Marcovaldo, dove ciò che è normale è sempre un po’ assurdo. Marcovaldo non riesce mai ad adattarsi al mondo dei neon e dei supermercati: per lui, la città moderna è un rebus di strutture illogiche. E in Palomar, sono le cose più ordinarie – un’onda del mare, la luna, un filo d’erba, una pantofola – a sembrare soggetti che lo osservano e ne sollecitano l’attenzione, anziché oggetti passivi.
Guardare le cose di sbieco non significa evitarle, ma cercare verità più sottili.
Forse, con uno sguardo inclinato invece che frontale, potremmo scoprire un mondo intero nascosto, in fondo all’armadio – fatto di stranezze, silenzi, dettagli insoliti e meraviglie trascurate. Avvicinandoci alla realtà con creatività, ci apriamo a nuovi punti di vista – e forse, anche a una visione più limpida. A me pare che ne valga la pena, se davvero vogliamo vedere ciò che ci è sempre sfuggito.
Ci sono altri modi creativi che potremmo adottare per guardare il mondo, forse in una luce più autentica?
Opere citate
Traduzione dall’edizione originale in inglese a cura dell’autore di questo sito.
(Fonte originale: Surprised by Joy: The Shape of My Early Life, HarperOne, 1955.)
Commenti (3)
What if the absurd wasn’t so absurd? Like, what if at school they rewarded the mistakes instead of the right answers? Maybe making mistakes would become something to celebrate and we could all be more creative and less perfectionist. Even Thomas Edison made a lot of errors before discovering the light bulb. So, allowing for mistakes might even lead to inventions!
La tua riflessione è molto stimolante e tocca qualcosa di profondamente filosofico. L’idea di uno «sguardo laterale» ha radici profonde nel pensiero italiano: da Leopardi, con il suo dubbio sul progresso nello «Zibaldone», fino a Pirandello, che smaschera l’identità in «Uno, nessuno e centomila». La letteratura italiana ha spesso fatto del paradosso e del rovesciamento degli sguardi strumenti per avvicinarsi alla verità.
Possiamo scoprire i nostri pregiudizi anche cambiando lente. E se il conflitto fosse una danza invece che una guerra? Un ritmo, non una battaglia. E se il benessere non fosse migliorarsi sempre, ma riconoscere le stagioni: potare, piantare… e a volte lasciare che la terra riposi? Forse basta cambiare prospettiva, non cambiare noi stessi.