Ho appena iniziato a leggere il volume curato da Lino Pertile e Zygmunt Barański su Dante nel suo contesto e, pur avendo letto soltanto l’introduzione, intuisco già che sarà un viaggio straordinario nel tempo di Dante.
Come posso dirlo così presto? Perché l’organizzazione stessa del volume è notevole. Nell’introduzione, i due curatori spiegano il criterio del tutto particolare con cui hanno strutturato il libro: i saggi qui raccolti sono stati scritti da specialisti nei rispettivi ambiti disciplinari, ma nessuno di loro è un dantista di professione (Barański e Pertile 3). Il volume, che intende illustrare il contesto in cui Dante nacque e in cui maturò il suo genio, è stato affidato a studiosi chiamati a scrivere di politica, giustizia e letteratura nel tempo di Dante, ma in larga misura indipendentemente da lui (Barański e Pertile 3). Si tratta di una scelta deliberata – e per una ragione brillante.
Pertile e Barański spiegano infatti perché non hanno voluto rappresentare l’Italia del tardo Medioevo sub specie Dantis (Barański e Pertile 3):
«By coming to Dante from the context, rather than the other way around, we hope to refine, nuance and challenge a number of assumptions that are often made and accepted in Dante studies regarding the poet’s historical, economic, and cultural background. This is not meant to be another collection of essays on Dante, but a book that we are confident will indirectly cast new light on Dante and his works. ‘Indirectly’ is the crucial word here.» (Barański e Pertile 4).
Osservano inoltre che:
«Dante is one of those rare writers whose genius cannot easily be explained as a straightforward product of social, intellectual, or even literary forces and traditions. However, the Commedia is, perhaps more than any other poem produced in the West, deeply rooted in its place and time, and one can understand it more clearly and effectively by looking at the picture of the world from which it comes.» (Barański e Pertile 4).
Vaticano II
Questo approccio indiretto agli studi contestuali potrebbe essere applicato con profitto anche ad altri fenomeni ugualmente radicati nel loro tempo e nel loro luogo, tra cui il Concilio Vaticano II. In precedenza mi sono chiesta in che misura la cultura italiana possa aver influenzato il Vaticano II. Poiché il Concilio si svolse in Italia, in un periodo di profonda trasformazione sociale ed economica nella metà del Novecento, qual era il contesto culturale in cui ebbe luogo? Che Italia era quella in cui papa Giovanni XXIII invocò un aggiornamento della Chiesa?
Sarebbe affascinante leggere un libro che affrontasse la contestualizzazione del Vaticano II nello stesso modo in cui Pertile e Barański hanno contestualizzato Dante: un volume in cui i capitoli non siano scritti da specialisti del Vaticano II, ma da studiosi dei rispettivi ambiti disciplinari – cinema, media, letteratura, politica ed economia italiane – capaci di descrivere in modo indipendente la prima metà del Novecento in Italia, fino a delineare il quadro della cultura italiana in cui il Concilio prese forma.
Alla fine di Dante in Context, i due curatori – entrambi studiosi di Dante – propongono le loro riflessioni conclusive, riportando Dante stesso al centro dell’attenzione, ma solo dopo che il contesto più ampio è stato delineato con cura e autonomia da altri contributi.
Lo stesso tipo di conclusione potrebbe naturalmente figurare anche in un volume collettaneo dedicato al Vaticano II nel suo contesto: chiudere il libro con riflessioni di esperti che situino il Concilio all’interno del suo mondo storico e culturale, dopo che tale contesto è stato tracciato nei capitoli precedenti. Un libro del genere potrebbe inoltre contribuire a realizzare uno dei compiti che Gaudium et Spes affida alla Chiesa: scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo (4).
Opere citate
Barański, Zygmunt G., e Lino Pertile, curatori. Dante in Context. Cambridge University Press, 2015.
Gaudium et Spes. Concilio Vaticano II, Santa Sede,
www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_en.html.
Consultato il 2 gennaio 2026.
Commento (1)
La tua riflessione è ricchissima, e merita un commento altrettanto articolato.
Sì, credo sia non solo possibile, ma fondamentale comprendere il Concilio Vaticano II anche, e non solo, attraverso la cultura italiana del tempo.
Il Concilio è avvenuto in un momento storico preciso, in un luogo preciso, sotto la guida di un pontefice, Giovanni XXIII, profondamente italiano: per mentalità, formazione, stile e linguaggio.
Non è stato un evento “fuori dal tempo”, sospeso nel puro spazio dello Spirito. Al contrario, come ogni evento storico-ecclesiale, è stato incarnato in un contesto culturale, politico e antropologico specifico. Ignorarlo significherebbe ridurlo a una realtà “astratta”, e quindi non “cattolica” nel senso più profondo: ovvero, non universale in quanto incarnata.
Un esempio illuminante è il termine “aggiornamento”, così caro a Papa Giovanni. È un italianismo culturale che contiene un’idea di apertura al presente tipicamente post-bellica: legata alla ricostruzione, al desiderio di lasciarsi alle spalle un tempo oscuro. È, a ben vedere, un termine più culturale e politico che teologico. E questo già da solo ci dice molto.